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Morire di schiavitù

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 Succede a Prato che sette persone perdono la vita prima di incominciare una nuova giornata di lavoro. Qualcuno di loro ha cercato di mettersi in salvo, ma non è riuscito a fuggire alle fiamme che hanno distrutto un capannone, dove dormivano, mangiavano e lavoravano.

Un episodio che non può passare in silenzio ed i media parlano di “tragedia annunciata”.
E’ storia risaputa che in alcune aziende si lavori incessantemente, senza pausa, spesso lo spazio destinato al riposo è di soli tre metri quadri, e si vive in condizioni igieniche degradate.
Questo è quello che ci raccontano i giornali e le tv. Realtà che si conoscono bene e che sono una sconfitta del nostro paese e di coloro che non riescono a fornire delle soluzioni a queste situazioni al limite.
Una sconfitta anche per coloro che lavorano nel rispetto delle leggi in condizioni "umane", che si impegnano ogni giorno nel proprio lavoro, tutelando la qualità, la tradizione che, sul lavoro, si tramanda di generazione in generazione.


Una sconfitta per tutti, perché la convivenza con queste realtà di lavoro disumano, ammazzano progressivamente il lavoro che dovrebbe invece essere tutelato: quello ad esempio del made in italy, che presto rischierebbe di scomparire se non dovessero esserci interventi doverosi in sua tutela.
Vi è la necessità di uno sguardo lungo sulle condizioni lavorative, che incidono sulla qualità della vita e che dovrebbero contribuire ad innalzare il benessere del lavoratore, non a condurlo in schiavitù o, peggio, alla morte.
Vogliamo dirci società civile, ma in tal caso non è ammissibile che si possa terminare la propria vita in questo modo, bisogna invertire la rotta e anche in tempi brevi.
Noi cerchiamo di farlo, non senza difficoltà, in silenzio tutti i giorni con il nostro impegno, con il network di aziende con le quali collaboriamo, nel rispetto del lavoro e delle persone, solo così ci potrà essere un futuro degno di un popolo dalle antiche e lusinghiere radici come il nostro.

 

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